In qualche testo di probabilità si trova spesso un capitolo iniziale molto confuso, a volte difficile da capire che parla di diverse probabilità. Ecco, chi chiede "Cosa sia la probabilità" non ha una sola risposta, ma ne ha tre o quattro, perfettamente valide, e si ritrova quasi a dover scegliere.
La cosa induce in errore perché non ha un vero e proprio valore storico, non ha un vero e proprio valore descrittivo, al che chi legge si chiede se si stia descrivendo qualcosa che è stato, qualcosa che è o qualcosa che potrebbe essere. Diciamo che si enumerano certe teorie, alcune a volte strane e difficili da capire, ma nessuno dirà mai che sono sbagliate per il semplice motivo che la probabilità è così, non è ben definita, e molte teorie continuano a "coesistere" con altre.
Sarà detto, quindi, che esiste la teoria della
probabilità classica, dovuta a
Pierre-Simon Laplace (1749-1827), che dopo quasi 250 anni resta ancora valida e spesso insegnata nelle scuole, forse è la più semplice da capire e dice che la probabilità è uguale al
rapporto tra il numero dei casi favorevoli all'evento e il numero dei casi possibili[1]. Fino a qui niente di complesso, in pratica basta calcolare quante volte un fenomeno o un numero o un qualsiasi evento (quest'ultima è la definizione giusta) potrebbe presentarsi e quante volte, tra questi casi, il fenomeno o il numero o l'evento che noi desideriamo o vogliamo indovinare si presenta. Quindi lanciamo un dado a sei facce una sola volta e sappiamo che su sei numeri possibili il numero che vogliamo è solo su una faccia del dado, quindi abbiamo solo una possibilità su sei che il numero che noi vogliamo si presenti.
Niente di complesso e una formulina facile facile P = A/B.
Ma qualcuno potrebbe dire... e se il dado è truccato? Ma ancora di più potrebbe constatare che non non sempre si possono misurare
tutti i casi possibili per cui la definizione classica non è applicabile sempre. Un esempio può essere dato dal calcolo della probabilità di un incidente stradale. Come si fa a dire quanti sono i casi favorevoli? Allora qui interviene un signore austriaco:
Richard von Mises (1883-193), nato a
Leopoli, in Ucraina, quando quella città era sotto il dominio degli Asburgo d'Austria.
Suo fratello non gli era da meno visto che è il padre del
libertarismo.
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| Richard von Mises |
Von Mises arrivò ad enunciare la definizione frequentista della probabilità per cui la probabilità è la frequenza relativa di un evento. So che sto usando un termine complicato, ma proviamo a comprenderlo. La frequenza relativa è la misura di quante volte un evento capita (si parla di frequenza assoluta) sul totale degli eventi esaminati. La formula è P=A/B quindi la frequenza assoluta diviso il totale degli eventi.
Uno sveglio dirà che siamo allo stesso punto di arrivo della probabilità classica. Bene, devo dire che è così... tanto scrivere per arrivare alla stessa formula, ma qui si cela l'infima mano di quello che si chiama probabilità dove non esiste una formuletta da applicare, ma occorre capire cosa si cela dietro questa formula.
In questo caso lo stesso termine usato "frequenza" lascia intendere che P (la nostra probabilità) è dato solo dalla misura di casi reali e più i casi sono numerosi e più la probabilità è precisa. Qualcuno dirà che la definizione frequentista contiene la definizione classica, io direi che piuttosto la definizione frequentista è una diversa interpretazione e una diversa "specificazione" della definizione classica.
A complicare le cose, arriva poi l'altra definizione: la definizione soggettiva. Qui l'italiano Bruno de Finetti (1906-1985) introdusse un concetto più moderno e, devo dire, più incomprensibile di probabilità. De Finetti affermava che la probabilità dipende dall'individuo e dalla sua "coerenza" che le sue scelte dipendano da eventi aleatori.
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| Bruno de Finetti |
Cosa vuol dire di preciso? Secondo me è come se de Finetti dicesse che è inutile fare P=A/B perché tanto per ogni individuo la probabilità varia. Discorso molto adeguato a quello di un'assicurazione (dove de Finetti ha lavorato per anni) per cui un uomo A non è uguale ad un uomo B per cui A può avere più rischi di un'altro. Di preciso non so quanto fatalismo ci sia in questa interpretazione, ma mi sembra che la definizione di probabilità perda genericità a scapito di una posizione relativa all'individuo.
Ecco le tre definizioni. Quale di queste sia quella definitiva? Da come ho capito io nessuna di questa, ma sembrano tutte valide. Prendiamo un esempio e immaginiamo qualcuno che vada a giocare a dadi.
Nel caso della prima definizione una persona che voglia dare credito a Laplace scommetterebbe pensando di avere una possibilità su sei di vincere. Von Mises gli direbbe però di stare attento perché il dado potrebbe essere truccato e, quindi, di rimanere un po' a guardare e a prendere nota dei risultati. Appena comprende che i risultati si concentrano attorno ad una probabilità, allora potrà prendere una decisione ed evitare le soprese dei dadi truccati. Naturalmente scommetterà in base a questa probabilità ricavata da tutti i casi storici che ha a disposizione. De Finetti, invece, gli chiederebbe fino a che punto sarebbe disposto a scommettere o, meglio ancora, quanto sarebbe disposto a scommettere.
Da un lato de Finetti mi sembra interpreti molto quel fenomeno per cui le persone scommettono di più quando un numero non esce o meglio quando un montepremi non viene assegnato e sale alle stelle. Per Laplace e per von Mises non avrebbe senso scommettere di più se il montepremi sale perché la probabilità è la stessa per l'intepretazione classica, per quella frequentista bisognerebbe andare a prendere delle situazioni simili, ma non ci allontaneremo dal primo caso, mentre de Finetti afferma che più il montepremi sale e più le persone sono disposte a prendere dei rischi o a tentare la fortuna, perché il premio in palio diventa "interessante".
[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Probabilità